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Siamo soliti collegare l’insicurezza ad una cattiva indole, ma sapete che è una fortuna essere quel poco insicuri e , soprattutto che per i robot non è affatto così?

Per insicurezza intendiamo un tipo di sensazione che ci permette di dubitare,  in determinate circostanze, di star prendendo la decisione giusta. Ciò rivela la consapevolezza che ha l’essere umano di avere la possibilità di sbagliare e soprattutto di rischiare.

Collegato al discorso dell’insicurezza c’è anche il senso del pericolo. Un essere umano è consapevole , dinnanzi ad una determinata situazione, dei rischi che può correre per la propria incolumità e per quella di coloro che  ama. Non è così per le macchine che non hanno l’istinto di mantenersi in vita.

Per i robot lezioni di percezione del pericolo

Sulla base del discorso di limitazione dell’intelligenza artificiale in termini di consapevolezza e percezione del pericolo, nasce uno studio del tutto innovativo sui droni che ha come scopo la possibilità per una macchina del genere di andare a calcolare rischi e pericoli di determinate azioni.

Lo studio sta coinvolgendo un equipe di ricercatori dell’Università di Canergie Mellon. Gli scienziati hanno come obiettivo l’installazione sui droni di meccanismi in grado di andare a calcolare in pochissimo tempo la possibilità di “mettere a rischio la propria vita artificiale”.

Si tratta infatti della possibilità di andare ad individuare i rischi per il drone sulla base di un calcolo algoritmico. Una telecamera particolare cattura immagini e le invia ad un dispositivo che,  analizzando le condizioni non favorevoli ( potrebbero essere ostacoli fisici, rischi meteorologici, condizioni di visibilità scarse e così via), calcola sulla base di un algoritmo la possibilità di danneggiamento del drone stesso.

I primi test sono stati fatti proprio facendo passare il drone tra tutti gli ostacoli fisici che può offrire una foresta. Rispetto ai droni non dotati del dispositivo di calcolo, quelli del test hanno percorso il doppio della distanza. Ovviamente ci sono molte cose da migliorare e lo studio prosegue e non solo a Canergie Mellon. Pare, infatti, che anche in casa Microsoft siano iniziati studi di questo genere.

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