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Sicuramente l’epilessia è una delle malattie che un po’spaventano chi ne soffre e chi gli vive accanto.

Ne esistono di diversi tipi e possono essere di natura geneticamente ereditaria o provenire da incidenti di vario genere che hanno causato dei danni celebrali.

Molti soggetti potrebbero essere predisposti alla malattia ma accorgersene solo quando ci sono i primi episodi di convulsioni.

Al momento l’epilessia non si  cura, ma è possibile utilizzare dei farmaci inibitori che aiutano l’organismo a non manifestare crisi epilettiche.

L’evoluzione matematica ha permesso agli scienziati di andare ad utilizzare i più sofisticati sistemi di calcolo e, ovviamente, giungere ad una conclusione.

Lo studio è stato compiuto utilizzando un modello animale che riproduce fedelmente la patologia umana durante una crisi epilettica ed è stato portato avanti a Milano, nel Dipartimento di Neuroscienze dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri grazie al coordinamento di Massimo Rizzi in collaborazione con alcuni scienziati israeliani.

I risultati e la spiegazione completa sono stati pubblicati recentemente su Scientific Reports. 

L’uso di algoritmi aiuterà lo sviluppo di terapie contro l’insorgenza dell’epilessia

Attualmente per studiare i soggetti che soffrono di crisi epilettiche esiste l’elettroencefalogramma (EEG) che è in grado di rilevare il funzionamento del sistema nervoso centrale, analizzare le crisi epilettiche e registrare l’attività elettrica cerebrale.

L’indagine, portata avanti grazie al coordinamento di Massimo Rizzi, è fondamentale in quanto si sottolinea il fatto che si potrebbe partire proprio dalle informazioni contenute nell’analisi dell’attività elettrica del cervello per sviluppare terapie in grado di bloccare l’insorgenza dell’epilessia nei soggetti a rischio.

Inoltre, non si esclude la possibilità che la stessa tipologia di calcolo possa essere sfruttata in un prossimo futuro per l’identificazione dei singoli individui predisposti alla malattia, cosa ancora oggi impossibile.

La possibilità di sviluppare terapie che possano prevenire l’insorgenza della malattia, risultato fondamentale dello studio, sicuramente riscuoterà grande interesse in campo scientifico.

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