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La notizia arriva dal Brasile e riguarda un uso un po’ strano, ma tendenzialmente valido, per utilizzare i selfie al fine di identificare i cadaveri nei casi un po’ più difficili.

A parlarne gli autori che hanno sperimentato questo metodo per pubblicarne uno studio: Geraldo Elias Miranda, Sílvia Guzella de Freitas y Luiza Valéria de Abreu Maia, dell’Istituto di Medicina Legale di Minas Gerais e Rodolfo Francisco Haltenhoff Melani, dell’Università di Sao Paulo.

Si , avete capito bene. Vista la grande popolarità di quelli che un tempo eravamo soliti chiamare autoscatti, per risolvere alcuni casi e venire al capo del riconoscimento di alcuni cadaveri si potrebbe utilizzare un calco virtuale dei denti realizzato grazie alle foto, ottenute per esempio dai social o in altri modi, dei potenziali individui da identificare.

Usare i social  come ad esempio facebook con molta frequenza non sarà certo qualcosa di negativo secondo questo studio.

Secondo i ricercatori questo metodo potrebbe essere valido, dato che nella nazione sono tanti i casi irrisolti e molti i cadaveri che vengono trovati bruciati, in condizione di eccessiva putrefazione o in altre condizioni che ne impediscono il riconoscimento.

Certo, un’applicazione un po’ macabra delle foto autoritratto così tanto amate da tutti, ma del resto meno macabri non sono le situazioni dinnanzi alle quali si trovano ogni giorno i poliziotti.

I selfie per l’identificazione dei denti

L’odontologia forense è una pratica molto sviluppata e la cosa permette di andare davvero ad identificare con certezza cadaveri che altrimenti resterebbero senza nome e quindi far declinare ogni tipo di indagine.

Senza che si abbiano dei documenti certi quali precedenti radiografie o anche la presenza di protesi, capsule o altro può risultare difficile identificare un corpo dai denti.

Potendo confrontare il cadavere con le foto di persone che mostrano il volto e un bel sorriso dentato, sarebbe possibile andare a ricostruire un profilo della  parte frontale della dentatura e quindi andare a confrontarla con quello delle foto post-mortem.

Certo si tratta di una metodologia da sperimentare e sviluppare ulteriormente per dare agli agenti qualche possibilità in più nel loro lavoro d’indagine.

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